03/12/2005
Ancora su Di Leo - Filmografia sintetica
Moriva due anni fa nella sua casa di Roma, dimenticato dai più, il regista pugliese Fernando Di Leo, indiscusso maestro del cinema poliziesco italiano degli anni ’70. Di Leo rappresenta forse il miglior esponente del cinema italiano di serie B, in realtà colto e vitale, che annoverò come autori i vari Fulci, Bava, Castellari, e tra le tematiche, oltre al soggetto erotico, soprattutto quel noir di nostra prima generazione che fu l’archetipo della successiva evoluzione del genere. Non è un caso che i film di Di Leo (in primis Milano Calibro 9) siano stati rispolverati di recente, non senza che Tarantino rimarcasse la sua profonda passione per il cinema italiano del periodo, ed in particolare per Di Leo. Ma sarebbe errato ritenere Di Leo un mero rappresentante del genere poliziesco, oppure gli attuali richiami solo un doveroso revival della sua opera. Di Leo fu un autore tanto essenziale, quanto sottovalutato, non solo per il cinema di genere, ma anche per l’estetica e la filosofia del cinema nel suo complesso. È stato grazie a Di Leo che il cinema noir, nel ’68 ancora sconosciuto a produttori, distributori e gran parte del pubblico, ha trovato ingresso nel panorama nazionale, ricevendo forme, contenuti, etica, significato. Archiviata nientemeno che la co-sceneggiatura di Per un pugno di dollari, Di Leo sceneggiò Gangster ’70 e poi passò alla regia, esordendo con I ragazzi del massacro (1969), una descrizione impietosa e crudele della borgata di città. Ma fu con la trilogia del milieu – Milano calibro 9 (1972), La mala ordina (1972), Il boss (1973) – che Di Leo firmò i suoi capolavori massimi: mai prima d’allora la criminalità aveva visto personaggi tanto umanizzati, vividi e carnali. Attraverso una visione tragica della realtà, dell’ineluttabilità del destino, della vocazione umana alla distruzione (mutuata spesso, insieme alle storie, dai libri di Giorgio Scerbanenco), Di Leo ha dato corpo ad un autentico noir crepuscolare, descrivendo in modo secco e veridico le paludi della società. L’uso esagerato della camera a mano accentuò l’iperrealismo tipico del suo cinema, aggressivo ma ironico, crudele ma sempre distaccato, lirico, politico ed estremo: un cinema che già da allora era cult e si poneva a fondamento di tutto il successivo cinema nero e poliziesco, e soprattutto della rinascita del cinema mondiale di genere con Pulp Fiction. Di Leo fu spesso osteggiato e censurato per i toni troppo violenti e sanguinosi, oppure, nella sua produzione erotica (minore), per le immagini sempre troppo crude ed esplicite; ma prima di tutto Di Leo fu censurato e bandito per la sua violenta poetica antiborghese, per la sua feroce critica alla società conformista e reazionaria. Il declino che il regista conobbe a partire dalla fine degli anni ’70 fu allo stesso tempo il declino del filone poliziesco e di tutto cinema italiano, che entrò nella profonda crisi del decennio seguente.
Di Leo dedicò poi gli ultimi anni della sua vita alla sua prima passione, la scrittura, di cui ci restano un paio di romanzi (Le donne preferiscono le donne e Beati gli ultimi se i primi crepano), suo canto del cigno, e le formidabili sceneggiature del periodo d’oro.
Elmore
01/12/2005
FERNANDO DI LEO
Due anni fa, il 3 dicembre 2003, moriva Fernando Di Leo. In tempo di celebrazioni, ed essendo ancora freschi i necrologi per Pasolini, mi sembra giusto dare voce al mio essere sempre antagonista, sempre in minoranza, sempre fuori dai discorsi dominanti, dando a mia volta voce ad un personaggio che di celebrazioni ne ha avute ben poche e comunque troppo scarse rispetto al suo reale merito. Questo personaggio, il regista pugliese Fernando Di Leo, probabilmente (ma potrei sbagliare) non ha avuto la caratura intellettuale e il peso di Pasolini, ma disse e fece per il cinema negli anni '60 e ancor di più nei '70 cose non meno importanti, non solo a livello estetico e cinematografico, ma anche a livello di denuncia sociale. Di Leo, introducendo uno stile noir feroce, crudo e affilato, portava sullo schermo un messaggio cinico e pernicioso: non c'è via di scampo, neanche nelle borgate dove Pasolini vedeva invece un rifugio e una salvezza. Emblematici, al riguardo, Brucia ragazzo, brucia e I ragazzi del massacro. Fu però con la scoperta della letteratura non meno anti-salvifica e impietosa di Giorgio Scerbanenco che Di Leo raggiunse il massimo della sua produzione.
Fernando Di Leo (San Fernando di Puglia, 11/01/1932 - Roma, 3/12/2003) con Mario Adorf (1930-)

Del 1972 sono La mala ordina e Milano Calibro 9. Nle primo, affianco a Adorf e Adolfo Celi, recitano Woody Strode e Henry Silva, coppia di cattivissimi unobiancounonero che Quentin Tarantino sfacciatamente riprenderà (anche nella caratterizzazione) in Pulp Fiction. Del resto, Tarantino non ha mai nascosto di avere in Di Leo un maestro putativo ed un esempio costante. Milano calibro 9 fu tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco, con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet e Gastone Moschin. E' forse l'esempio più alto di cinema noir-poliziottesco degli anni '70: Di Leo fu criticato, osteggiato, bandito e presto dimenticato (anche per la sua produzione erotica). Solo ora se n'è riscoperto il valore assoluto e il messaggio di forte critica alla società borghese. In comune con Pasolini, Di Leo ha avuto almeno questo: che è dovuto morire perché se ne apprezzasse appieno l'opera.
Elmore
01/12/2005
UN TEMPO BERLINESE
Escono per Besa due importanti romanzi sul tema del confronto tra le culture, questione attualissima e sempre più opportuna. Si tratta de Il drago d’avorio, dello scrittore albanese Fatos Kongoli, e di Un tempo berlinese dell’algerino Mohamed Magani.
Il drago d’avorio è un racconto autobiografico dalle tinte noir, caratterizzato da un’impronta fortemente esistenzialista, in cui l’autore, in fuga dal regime comunista di Hoxha, narra della sua esperienza nella Cina della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung; un viaggio travagliato e sofferto per l’amore nutrito verso l’enigmatica Sui Lin, ma anche per la privazione della libertà che il regime impone. Un romanzo a metà tra le atmosfere cupe e fumose del dopoguerra e le meraviglie della Cina post-imperiale, scandito dai dolorosi flash-back con cui l’autore, ormai giornalista cinquantenne, alcolizzato e deluso dalla vita, rievoca le speranze e le ansie della gioventù.
Mohamed Magani è un uomo elegante e sorridente, ma ha impiegato tutta la sua vita e i suoi libri per narrare dell’esilio e della guerra. Algerino, esule in Germania, scrittore perseguitato, nessuno meglio di Magani può descrivere le sofferenze personali e collettive che la guerra civile causa. Abbiamo incontrato l’autore per ascoltare la sua voce, un francese dolce ed evocativo.
Lei ha scelto una strada personale, interiore per descrivere l’orrore della guerra e della violenza. Perché?
Il tema del mio romanzo è, se vogliamo, la guerra civile, ma vista attraverso l’esistenza di una persona. La guerra è un dramma collettivo e anche un affare umano. Volevo scrivere un romanzo esistenzialista, non un romanzo giornalistico o storico. La guerra con gli occhi di un uomo. Non è un caso aver preso come modelli non reportage di guerra ma Il sentiero dei nidi di ragno e Un amore degli scrittori italiani Calvino e Buzzati. Per me è questo fare letteratura. Cioè parlare dell’esistenza.
Il romanzo poggia su pilastri fondamentali della vita e della letteratura: il tempo, il viaggio, l’esilio, il conflitto. Che concezione ne ha?
Vedi, non è un caso che la prima parte che visito di una città sia la stazione. Adoro il treno: ho fatto della necessità un amore. Del tempo ho un concetto dilatato, almeno nel romanzo. Dopo 25 anni torno in Algeria ed il tempo, per me, non è trascorso affatto: il tempo contemporaneo è dilatato dal passato. In questo si inseriscono il viaggio di ritorno e il conflitto tra il tempo del protagonista, fermatosi al passato, e quello mutato della realtà, di una terra, l’Algeria, ancora divisa e insanguinata, benché diversa. Ritorna la machine littèraire di Calvino, e il conflitto tra storia personale e storia collettiva. Che poi la letteratura nasce dal conflitto e parla del conflitto.
A proposito di conflitto, la Francia è scossa dalla rivolta degli immigrati nelle banlieue. A cosa può servire la letteratura nel caso di conflitto sociale?
Premetto di essere contrario alla violenza, qualunque essa sia. Ma il governo francese va condannato fermamente per la sua politica di emarginazione. In questo senso, la funzione della letteratura è quella di favorire il dialogo tra le culture, di essere un mezzo di confronto, di fornire la chiave della conoscenza degli altri. Ecco, scriva: è una chiave onorata di apertura.
Elmore Leonard
28/11/2005
L'uomo, il musicista, la leggenda

nato il 29/8/1920 (lo stesso anno di Elmore)
a Kansas City, morto il 12/3/1955 a New York.
26/11/2005
Un racconto di Vincenzo Cerami
LA VERITÀ DEL BENZINAIO
In fretta, in fretta, maledetto traffico, non vorrei arrivare tardi alla mia prima udienza da tirocinante. La nuova Cinquecento Fiat, per quanto piccola e rossa, non è sufficientemente agile da poter sgusciare affianco a berline di grossa cilindrata e autobus stracarichi di studenti dal volto triste. Non quanto un ciclomotore, comunque, e anche se lo facessi rischierei minimo di intasare il già congestionato traffico, oppure di essere linciato. Quindi, in coda ad ammuffire, sognando Un giorno di ordinaria follia, recitato da protagonista, uscire dall’auto e ammazzare qualcuno. Ma in aula ci devo arrivare da legale, non in ceppi, quindi mi trattengo, serro i finestrini per evitare quanto più possibile lo smog e i clacson, accendo la radio e cerco di distendermi. Un clamoroso, inaspettato colpo radiofonico di fortuna mi fa beccare la frequenza giusta. È lei, Lady Ella, che danza cheek to cheek con Louis Armstrong. Non posso sperare di meglio. Mi abbandono sul sedile, dimentico il traffico, non mi curo del fatto di sbagliare strada. Lady Ella può tutto.
Il tribunale di G. si profila al mio orizzonte dopo mezz’ora. Parcheggio, scendo. La giacca mi sta già soffocando, non è giornata da tweed, ancora, nonostante il freddo dell’ultima settimana. Maledico le impressioni dell’alba, prendo la borsa, chiudo ed entro.
Subito un uomo mi indirizza al primo piano, neanche il tempo di chiedergli l’ubicazione dell’aula civile. Primo piano, secco, indicato con un dito imperioso ed inequivoco. Altro che inefficienza della giustizia italiana. Fossero tutti svelti e puntuali come il vecchio portiere qui, non ci sarebbe necessità di riforme delle prescrizioni e dell’ordinamento giudiziario…
Sopra, atrio deserto. Unica presenza, una ragazza dai lineamenti aquilini e dallo sguardo serio e asettico. Vorrebbe sembrare una navigata avvocatessa. Si vede da lontano che è una come me, appartenente alla stessa famiglia del Praticans Reclinus, con la differenza che lei scodinzola dietro un avvocato (si sa), tace, è costretta a fingere di studiare fascicoli. Io no. Non faccio da strascico al dominus, non ho fascicoli da studiare e soffro di una terribile forma di logorrea acuta. Per questo, le chiedo dove sia l’aula delle udienze civili. Da vicino è meno carina di quanto potessi generosamente supporre. Mi indica l’aula alla mia destra, è quella, risponde con aria di ovvietà. Passo sopra la sua austera boria e decido di essere simpatico. Le dico: Ah, nell’aula di udienza penale. Quasi a intendere: la solita disorganizzazione dei pubblici uffici, sorridi. Non comprende l’umorismo. Replica acida, ma l’ho già rimossa, mi allontano, vado verso l’aula. Dentro, un altro esemplare femminile della specie praticans è china sopra carte di natura processuale. Domando, mi rassicura, l’udienza civile del giudice B. è là. Esco rinfrancato, rientro, cerco anch’io dei fascicoli per impiegarmi il tempo, non ce ne sono: bisogna aspettare la cancelliera.
Nella seguente mezz’ora cazzeggio: l’atrio scialbo e grigio, l’aula monotona non offrono alcuno svago. Quando la simil-praticante acida si alza per sgranchirsi le gambe e va alla finestra, noto con piacere che qualcosa di buono ce l’ha: e non è nello spirito, né davanti. La crudeltà di Madre Natura spesso si rivela negli scherzi che fa alle creature: come ad esempio dare un culo meraviglioso a una bambolina ispida e altera.
Nella seguente mezz’ora di cazzeggio, la flotta di avvocati piomba nell’atrio armata di ventiquattr’ore, tirocinanti e qualche cliente, visibilmente casalinghe e pensionati con l’intenzione di seguire i rispettivi processi. Il brulicare di legulei che bisbigliano, accennano, scartabellano, pullulano e consultano carte sa molto di flagello divino, di invasione di locuste spedite a piagare l’ambiente. La conferma arriva non appena entra in aula il giudice.
Non lo riconosci perché ha la toga: è un giudice monocratico civile. Non per un portamento solenne o per qualche attributo somatico: cammina normalmente e non differisce particolarmente dagli altri animali forensi. Non si distingue dagli altri nemmeno per avere un’aura sulla testa oppure segni e simboli del potere, quali martelli, scettri, incensi, ecc.
Il giudice è un uomo in giacca e camicia come tutti gli altri, ma senza cravatta, non troppo alto, fisionomia affatto comune.
Il giudice lo riconosci perché, al suo ingresso, le locuste smettono di ronzare anarchiche e ritornano ad essere vespaio, flotta, sciame incombente. Il giudice calamita attorno a sé la massa di individui fascicolati, che coagulano mielosi attorno all’autorità, lasciandogli appena lo spazio per raggiungere a fatica il suo banco. Tanta la calca, che non riesco a distinguere il volto del giudice, e a malapena leggo la frase La legge è uguale per tutti, che coperta da teste e mani diventa La legge è uguale per tu! oppure La l è per tutti (o lutti).
Nel frattempo incrocio l’avvocato della controparte, un vecchio con lo sguardo a forchetta, sessant’anni di carriera e una logorrea peggiore della mia, anch’egli dotato di femmina amanuense cui detta ogni guizzo che gli viene a mente. Il tale per prima cosa mi frega il fascicolo faticosamente conquistato, nella ressa, dalla cancelliera che distribuiva. Poi inizia a dettare il verbale, includendo il mio nome preceduto da un titolo che non mi appartiene. Per giunta parla tanto da non lasciarmi il tempo di spiegargli la mia mancanza di abilitazione. E sia.
La confusione aumenta. Le parti iniziano a discutere le cause davanti al giudice secondo un ordine ben preciso: parla per primo chi sta nella posizione più conveniente, oppure chi ha la voce più grossa. In barba al foglio affisso alla porta, su cui a caratteri cubitali sta scritto: le cause saranno discusse in ordine di ruolo. Ingenuamente allora mi chiedo: cos’è il ruolo? Cioè, che funzione ha? Mi rendo subito conto di quanto la domanda sia oziosa e mi rituffo nella babele di uomini che sbracciano, voci che urlano, praticanti indefessi che verbalizzano.
Poco più tardi, arriva a salvarmi un collega del mio dominus. Non sono solo su questo mondo. Mi consulto, da vero professionista. Iniziamo a scrivere anche noi sul fascicolo inutili boiate che il giudice non leggerà mai. L’avvocato collega (qua si chiamano tutti colleghi, salvo poi non perdere occasione per insultarsi) mi scrocca il telefono per chiamare il dominus, cui esporre l’andamento dei fatti. La causa è piuttosto lunga e complicata, tanto che le parti processuali non sono due ma tre. Loro contro noi, che ci appoggiamo alle memorie difensive di quegli altri, che nel frattempo sono arrivati: un altro vecchio notabile e il suo praticante domestico che avrà la mia età e uno sguardo allucinato, perso nel vuoto.
Quando tocca a noi, la mattinata è già volata via in chiacchiere e parapiglia verbali, il giudice sbadiglia, la cancelliera sembra mummificata nella sua posizione di tre ore fa, con la mano a sorreggere il mento e il cappotto poggiato sulle spalle. Non si è mossa. L’aula è sfoltita, rimaniamo noi e pochi altri. Ci ammassiamo davanti al giudice, inizia la discussione.
[omissis]
Dopo dieci minuti che ricordano più o meno una concitata chiacchiera da bar in cui due contendenti, con i rispettivi agguerritissimi fiancheggiatori, cercano di accaparrarsi l’autorevole parere di un terzo (di solito nauseantemente imparziale ed equidistante), dopo dieci di questi scarsi, deludenti minuti la causa è già bella e discussa, il giudice conferma che il processo è interrotto, anzi era interrotto e i legali dovevano saperlo ma sia!, non lo sapevano, ora lo sanno, e dunque tutti a casa, scontenti e soddisfatti, strette reciproche di mano, ci si rivede fra due, forse tre mesi per un altro inutile battibecco a diluire il brodo e allontanare le attese dei praticans, perennemente alla ricerca del processo perduto o mai conosciuto.
Per strada, al ritorno, fumo una sigaretta che non ricordo di avere e che scivola sul brontolio del caffé mattutino nello stomaco, roso dall’appetito.
Mi fermo per mettere benzina. Alla stazione, scendo a sgranchire e allungo una banconota al gestore. Quello vede il codice sul sedile, la borsa niente affatto di pelle e la giacca gettata dietro. Gli scappa una smorfia benevola.
- Praticante, eh? – fa. Il serbatoio ingoia sei litri di verde.
Sorrido anch’io, di una fierezza piuttosto ironica.
- Si vede dal codice o dalla giacca stropicciata? – chiedo a mia volta, cercando complicità senza rinunciare ad un minimo di ostentazione.
- No, perché hai messo otto euro – dice icastico.
Nel dubbio se fingere di incazzarmi o lasciarmi compatire, risalgo in auto e torno a casa. La sentenza, oggi, l’ha data il benzinaio.
(Elmore Leonard)
25/11/2005
Università di Lecce forever
BANDIERA BIANCA
Non ho idea di quello che le televisioni locali abbiano passato nei rispettivi servizi sulla presentazione del suo ultimo film Musikanten, che Franco Battiato ha tenuto all’Università di Lecce, presso il centro Ecotekne, il 24 novembre. Personalmente, da cineamatore molto dilettante, ero presente con la mia piccola videocamera, emozionato all’idea di seguire e riprendere il discorso del maestro intorno alla musica e al suo lavoro cinematografico, di fronte ad una platea colma di studenti. In realtà, il filmato che ora mi ritrovo tra le mani è la penosa testimonianza dell’ennesima, tragica disfunzione della tanto osannata e pubblicizzata università leccese, che – nonostante la crescita di iscrizioni e di attenzione anche internazionale – riesce ancora a farsi notare per i disservizi e le pessime impressioni destate nei suoi fruitori e negli occasionali ospiti.
Il fatto. Un cielo pomeridiano degno dei Fleurs fa da sfondo all’ingresso in un uditorio pieno di ragazzi frementi. Quando entra il maestro, l’applauso è spontaneo e scrosciante. Le telecamere, intanto, riprendono. Dopo le solite, dovute premesse di assessori, sindaci e musicologi vari (che per fortuna sanno di essere istituzionalmente noiosi e che il pubblico non è lì per loro), prende la parola Franco Battiato. È un uomo imponente, oltre che carismatico, e dunque l’attenzione significa immediato, religioso silenzio. Battiato sfrutta i seguenti quindici minuti per raccontare l’esilarante aneddoto della presentazione dello stesso film a New York. Il pubblico ride, ogni tanto applaude, senza esagerare. Sul grande schermo alle spalle della cattedra da cui Battiato parla, appare la schermata iniziale del film. Ci è voluto un po’, i tecnici hanno cambiato il portatile che dovrebbe leggere e trasmettere la pellicola (ovvero il dvd). Prime avvisaglie di un problema tecnico. Nel frattempo, Battiato conclude il suo racconto e si rivolge verso la sinistra, dove un paio di persone cercano disperatamente di far funzionare il computer. È probabilmente in quel momento che il cantautore/regista e la maggior parte della sala si accorgono della sorpresa: l’ascolto del film è affidato a due minuscole casse portatili, il che non solo stride, ma è addirittura ridicolo se si considera l’ampiezza dell’aula e il fatto che siamo praticamente alla “prima” di un film presentato a Venezia, con il regista in sala. Non ci vuole molto perché la grottesca situazione esploda, mettendo in ridicolo quegli stessi amministratori che mezz’ora prima avevano decantato le lodi dell’evento, e che ora declinano colpe e responsabilità. Battiato sorride con aplomb, ma è chiaro che condivide la stessa rabbia diffusa in platea. “Eh no, - dice mentre uno cerca di migliorare l’audio avvicinando un microfono (!) alle casse – su questo film c’è un lavoro lungo e importante sul sonoro, non può essere ascoltato così”. Che figura.
Gli studenti fischiano ancora, il caos cresce nell’imbarazzo degli organizzatori. Il film, unica certezza, non sarà più proiettato.
Torno a casa e rivedo il filmato. Un’immagine vista altre volte durante i miei anni di università. Ma adesso non sono più sicuro di poter dire: un’occasione sprecata. Si tratta, più che altro, della solita, endemica deficienza strutturale e organizzativa dell’ateneo salentino.
Elmoreleonardmichigan
24/11/2005
DO YOU REMEMBER SAN GIULIANO?
Oggi diecimila studenti partecipano alla giornata per la sicurezza nelle scuole con il patrocinio della Presidenza della Repubblica. L'allarme nelle indagini
Metà delle aule senza controlli
ma la manovra taglia sulla sicurezza
di SALVO INTRAVAIA
"Case per tutti"? Per dare un tetto sicuro alle scuole in Finanziaria non c'è un solo euro. Oggi, diecimila studenti sono mobilitati per la terza Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole ma, a dispetto della grande campagna pubblicitaria avviata da mesi, l'edilizia scolastica langue e non sembrano esserci troppe speranze.
Lo ha ripetuto in commissione Cultura alla Camera, Alba Sasso (Ds). "Per l'adeguamento e la messa a norma della situazione dell'edilizia scolastica italiana nel disegno di legge finanziaria non si sa che fine abbia fatto lo stanziamento annuo di 31 milioni di euro per il finanziamento dei mutui". La parlamentare osserva, inoltre, che "non è stato ancora emanato il decreto ministeriale per la ripartizione dei mutui relativi all'annualità 2005, facendo presente che il relativo decreto per il 2004 risale al 30 ottobre 2003".
Ma ormai siamo all'emergnza e gli allarmi nei dossier sullo stato dei 40 mila edifici scolastici italiani non si contano più. Legambiente, Cittadinanzattiva, l'Flc Cgil e lo stesso ministero dell'Istruzione danno un quadro a tinte fosche con mille pericoli per le oltre 10 milioni di persone (alunni, insegnanti e non docenti) che frequentano ogni giorno la scuola. Basti citare, solo a titolo di esempio, che metà delle scuole non è ancora in possesso delle più elementari certificazioni (di Idoneità statica, Agibilità igienica e Prevenzione incendi) alla base di qualsiasi discorso sulla sicurezza.
Ma oggi si celebrerà la Giornata realizzata da Cittadinanzattiva in collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile e il Gruppo di Frascati per la responsabilità sociale d'impresa, sotto l'alto patronato della Presidenza della Repubblica. L'iniziativa si colloca al centro della campagna Imparare Sicuri alla quale hanno aderito 10 mila scuole. Per sensibilizzare al tema della sicurezza durante le ore di lezione ai ragazzi dai 12 ai 18 anni verrà distribuita la guida multimediale "La scuola di sicurezza", ai più piccoli la guida cartacea e altro materiale fornito dalla Protezione Civile.
Fonte: Repubblica.it